In questi giorni sto tentando di fare un inventario dei metodi utilizzati in interaction design. Sebbene l'approccio sia per alcuni versi paragonabile a quello adottato dall'architettura dell'informazione (ne ho scritto in due capitoli della mia tesi di dottorato - pdf) l'interaction design si focalizza meno sui contenuti, più sull'interazione. E dunque privilegia strumenti che, in architettura dell'informazione, vengono usati meno.

Un buon punto di partenza, per fare  un inventario, sono queste slides: interaction design methods. Fra i molti metodi elencati, parla anche dei cultural probes.

Incuriosito, ho cercato su google scholar, e uno degli articoli più citati è questo Design: cultural probes di Bill Gaver, Tony Dunne ed Elena Pacenti. Nel loro articolo descrivono l'uso di questi strumenti di esplorazione culturale in tre luoghi diversi: un quartiere di Oslo, un luogo vicino ad Amsterdam ed un paesino in provincia di Pisa. I ricercatori si sono recati nei luoghi oggetto di studio, e hanno coinvolto soprattutto persone anziane. Hanno dato loro dei pacchi con degli oggetti, che permettevano a queste persone di raccontare a modo loro quel luogo. Fra gli oggetti:

  • Delle cartoline postali (indirizzate ai ricercatori) con delle domande predefinite, tipo "cosa ti piace di questo luogo?".
  • Delle mappe, chiedendo loro di segnare i luoghi dove vorrebbero andare in compagnia, dove vorrebbero andare da soli, dove vorrebbero andare ma non possono e così via. Questo approccio, definito psicogeografia, è stato inventato dai situazionisti negli anni '60.
  • Delle macchine fotografiche, chiedendo loro di fotografare le loro case, gli amici, le cose che trovano piacevoli o noiose, positive o negative.
  • Degli album fotografici: si chiedeva ai partecipanti di raccontare una storia usando 5- 10 fotografie.
  • Infine un diario, in cui si chiedeva agli utenti di annotare alcuni aspetti della loro quotidianità.

Il fine degli autori della ricerca non era tanto quello di raccogliere dei dati quantitativi, quanto di venir ispirati, dai risultati, per stimolare la loro creatività progettuale e far emergere soluzioni di design innovative. L'approccio era finalizzato a ridurre la  distanza che i partecipanti, persone anziane e probabilmente con un livello culturale non altissimo, potevano percepire nei confronti dei ricercatori. Questo approccio sembrava essere più rispettoso delle caratteristiche dei partecipanti e delle loro modalità di interazione e permetteva di raccogliere un quadro impressionistico di come loro vedessero la realtà urbana che abitavano.

I ricercatori hanno cercato di utilizzare dei probes che fossero non solo funzionali, ma anche piacevoli, rifacendosi ad un  concetto di estetica funzionale. Questa attenzione era coerente con la loro strategia di progetto, finalizzata ad un design quasi più artistico che scientifico.

Il tasso di restituzioni è stato diverso nei tre gruppi: più solerti ad Oslo, abbastanza puntuali ad Amsterdam, più pigri a Pisa. Ciononostante, dai dati raccolti i ricercatori hanno potuto formulare delle ipotesi progettuali. Le ipotesi, restituite ai partecipanti, erano spesso provocatorie; ciononostante sono state accolte dagli anziani con interesse, sono state discusse, sono stati proposti degli aggiustamenti, in un approccio fortemente partecipativo.

Come sostiene Ruth Stalker-Firth in Inside Your Users' Minds: The Cultural Probe, questa metodologia, utilizzata nelle fasi iniziali di un progetto, può aiutarci a generare delle soluzioni progettuali che meglio rispondano alle esigenze degli utenti.