Teorie sulla lettura

Sarah Menini

La relazione esistente tra linguaggio orale e linguaggio scritto è molto stretta, anche se esistono alcune differenze sia relative alle caratteristiche del materiale scritto nei confronti di quello orale sia ai processi attivati nei due casi. Senza entrare nel dettaglio vengono citate alcune delle differenze esistenti:

il linguaggio orale può avvalersi, per la sua comprensione, della prosodia che manca invece nel linguaggio scritto;

nel linguaggio parlato il contesto è comune a chi parla e chi ascolta e questo può facilitare la comprensione del messaggio;

la sintassi dello scritto è più complicata di quella del linguaggio parlato, perché contiene più frasi subordinate e correlate.

In questo capitolo ci si occuperà solo della percezione e della comprensione del linguaggio scritto poiché, almeno per il momento, è quello maggiormente implicato nella navigazione dei siti web.

La lettura, sebbene a prima vista possa sembrare un’attività automatica, è costituita da diverse sottocomponenti che la rendono un’abilità molto complessa. Secondo la ricerca psicologica, la comprensione della lettura si compone di due ordini di processi:

il primo è percettivo e riguarda la corretta identificazione e decodifica delle lettere che compongono le parole e le frasi;

il secondo, di livello più elevato, riguarda la costruzione di una rappresentazione mentale del significato del testo, a partire dalla decodifica svolta dal primo processo.

Quando leggiamo abbiamo l’impressione che gli occhi si muovano in modo uniforme lungo il testo, in realtà i movimenti compiuti dall’occhio sono tra loro separati da una fissazione. È proprio durante la fissazione che l’informazione presente nel testo viene estrapolata, tanto che un flash di luce presentato durate una saccade non viene percepito. L’occhio fissa una posizione compresa tra l’inizio e la metà della parola da leggere. Poiché la fovea, cioè l’area a maggior acuità visiva, è molto piccola e al di fuori di quest’area la visione è più imprecisa, si può supporre che ci siano dei limiti precisi alla quantità d’informazioni che possono essere estrapolate da un testo durante un’unica fissazione. Dalle ricerche sui movimenti oculari risulta che la parte di testo da cui, durante la fissazione, si estraggono informazioni utili, pur dipendendo in certa parte dalla difficoltà del brano e dalla misura dei caratteri di stampa, rimane limitata a 3 o 4 caratteri a sinistra della fissazione e circa 15 a destra della stessa (Rayner & Morrison, 1981). Questa asimmetria è dovuta al tipo di compito, in quanto le scritture occidentali procedono da sinistra a destra.

Il tempo di fissazione di una parola diminuisce se una stringa di lettere visivamente simile alla parola da leggere viene presentata nell'area parafoveale. Queste ricerche dimostrano che anche l’informazione parafoveale è utilizzata durante la lettura.

Una parola molto prevedibile all’interno di un determinato brano, quindi in relazione al contesto, è fissata per un periodo nettamente inferiore rispetto alle parole poco probabili, questo dato confermerebbe che anche una parte dell’informazione semantica della parola è elaborata durante la fissazione.

Il riconoscimento visivo delle parole scritte procede attraverso due stadi:

l’identificazione delle singole lettere attraverso il riconoscimento delle caratteristiche che le compongono;

il riconoscimento delle parole complete.

Un processo di riconoscimento delle parole è stato proposto da McClelland e Rumelhart (1981) che ipotizzano la presenza di quattro stadi nell’elaborazione della forma visiva di una parola: la pre-elaborazione della posizione delle lettere, l’individuazione delle caratteristiche, l’individuazione della lettera astratta e l’individuazione della parola. In questo modello le unità ai vari livelli di rappresentazione comunicano tra loro per attivazione. In pratica, quando una parola viene presentata al soggetto, le unità di rappresentazione delle caratteristiche delle lettere sono attivate. Il raggiungimento di una certa soglia d’attivazione fa attivare i rilevatori delle lettere corrispondenti, i quali a loro volta attivano i rilevatori di parola. Ogni caratteristica attiva i rivelatori delle lettere che la contengono ed inibisce gli altri. Il meccanismo analogo agisce sulle parole. In questo modello i rivelatori di lettera lavorano a livello astratto fornendo la medesima risposta a prescindere dalla forma visiva della parola (stampato, corsivo, minuscolo o maiuscolo).

Da quanto detto fino ad ora, sembrerebbe ovvio che il riconoscimento delle singole lettere preceda sempre l’identificazione dell’intera parola, ma le ricerche sull’”effetto superiorità della parola” (Reicher, 1969) mettono in dubbio quest’ipotesi.

Quando una stringa di lettere è presentata ad un soggetto per un tempo molto breve seguita da una configurazione di mascheramento e, al soggetto, viene chiesto di scegliere quale tra due lettere si trovasse in una specifica posizione della stringa, la prestazione migliora se la sequenza di lettere forma una parola piuttosto che una stringa di lettere senza senso. Le spiegazioni a questo fenomeno sono di due tipi:

?modello a scelta probabilistica”: il riconoscimento avviene in base ai tratti caratteristici delle singole lettere, la facilitazione per le lettere che compongono le parole è dovuta al fatto che il soggetto risponde basandosi su criteri di probabilità basati sulla frequenza di gruppi di lettere e sulla frequenza di parole;

?modello a tendenza pregiudiziale”: l’effetto ha origine dall’interazione tra sistema percettivo e sistema di risposta. Ogni parola possiede un valore su un asse decisionale, questo valore può abbassarsi o alzarsi fino ad un valore soglia che, se superato, comunica al sistema decisionale che la parola costituisce l’elemento che più probabilmente corrisponde allo stimolo presentato (Morton, 1969). In questo modello le parole frequenti hanno un valore più alto e quindi sono riconosciute più facilmente. Per Morton, in sostanza, le parole sono immagazzinate come forme familiari.

È sulla base di quest’ultimo tipo di spiegazione che si basa il modello di McClelland e Rumelhart (1981) che può essere considerato un modello ad attivazione interattiva. In pratica, nel riconoscimento di parole, sono implicati sia processi bottom-up (dalle caratteristiche della lettera alla parola) sia processi top-down (dalla parola alla lettera). L’effetto superiorità della parola si verifica, quindi, per l’interferenza top-down del livello delle parole su quello delle lettere.

La funzione del sistema di riconoscimento della parola sarebbe, quindi, quella di accettare l’informazione complessiva derivante dalla parola presentata e di produrre un’identificazione astratta della stessa.

Per quanto riguarda la lettura a voce alta, i modelli a due vie sembrano i più adatti a dar conto delle numerose componenti che costituiscono questo processo, oltre ad essere quelli che permettono il miglior studio delle abilità che vi sono coinvolte. Secondo questi modelli le parole possono essere lette attraverso due vie, di cui una ulteriormente scomponibile: una via lessicale ed una fonologica, che operano in maniera indipendente. Nel modello standard (Sartori, 1984) si ipotizza un primo stadio del processo, comune ad entrambe le vie, deputato all’analisi visiva dello stimolo. A questo livello sarebbero codificate le caratteristiche distintive dello stimolo oltre che la posizione delle lettere. Al secondo livello si trova un sistema deputato al riconoscimento delle lettere e a questo stadio le vie di lettura si separano. Da una parte abbiamo la via non lessicale, o via fonologica, che dall’identificazione astratta delle lettere passa alla conversione grafema-fonema e giunge al sistema articolatorio. Attraverso questa via vengono lette le non parole e le parole non familiari secondo le regole di pronuncia. Dall’altra parte prende avvio, invece, la via lessicale. La via lessicale permette il recupero della pronuncia della parola attraverso il lessico mentale. In pratica, questa via passa direttamente dal riconoscimento delle lettere ad un sistema di riconoscimento delle parole, corrispondente al sistema “logogen in entrata” di Morton (1968). Si tratta di un meccanismo che mette insieme le prove riguardo all’esistenza di una data parola e fornisce una risposta solo quando viene superata una certa soglia. Questo sistema è composto di tanti riconoscitori quante sono le parole conosciute dal soggetto. A questo livello la via lessicale si suddivide ulteriormente a creare una via lessicale semantica, che prima di attivare il sistema di produzione delle parole passa attraverso la comprensione delle stesse, e una via lessicale non semantica che, invece, collega direttamente il sistema di riconoscimento col sistema di produzione. Quest’ultima via permette di spiegare l’esistenza di un’accurata lettura in assenza di comprensione.

La via lessicale, non passando attraverso il livello di conversione grafema-fonema, permette di leggere correttamente le parole con eccezione di pronuncia ed è quella generalmente utilizzata dai lettori adulti, anche nelle lingue in cui le irregolarità di pronuncia non ci sono o sono rare. Infatti, le parole familiari sarebbero immagazzinate in un lessico dell’input visivo che permette ai lettori esperti di riconoscere la parola e di comprenderla senza doverla pronunciare.

Secondo il modello interattivo, a cui ci si è riferiti precedentemente, la comprensione di un testo implica l’utilizzo di processi sia bottom-up sia top-down, quindi il lettore utilizza simultaneamente informazioni lessicali, sintattiche e semantiche e le elabora per giungere alla comprensione del testo.

La conoscenza sintattica è la conoscenza della grammatica e consente di prevedere l’ordine delle parole in una frase: ad esempio, è probabile che ad un articolo faccia seguito un nome o un aggettivo e dopo di essi un verbo.

Comprendere una frase significa formare una rappresentazione mentale degli elementi espressi nella frase e delle loro relazioni.Per comprendere un testo bisogna, quindi, comprendere la costruzione delle varie frasi ed i loro collegamenti, anche quando questi sono impliciti. Ad un livello superiore bisogna comprendere i legami tra i vari periodi per costruire una rappresentazione mentale dell’intero brano.

Quindi, la strada che conduce alla comprensione di un testo può essere irta di ostacoli a causa di una serie di difficoltà che intervengono a ciascun livello dell’elaborazione.

A livello della parola (livello lessicale) le difficoltà possono dipendere dalla maggiore o minore frequenza delle parole: le parole molto frequenti sono comprese meglio e lette più velocemente, ma anche dal livello di astrattezza delle parole usate, più sono astratte più la comprensione è difficile. La maggiore o minore difficoltà di una parola dipende anche da altri fattori tra i quali il numero di componenti semantiche che la contraddistinguono. Per “componenti semantiche” delle parole s’intende la serie di caratteristiche definenti, ad esempio la parola “ragazzo” è definita dalle componenti “maschio-adulto-umano”. Il numero di componenti influisce sulla comprensibilità cosicché le parole con molte componenti risultano più difficili da comprendere.

A livello della sintassi le difficoltà dipendono, invece, dal fatto che la struttura della frase non si adatta alle strategie attuate dal lettore per la comprensione. Colombo (1979) individua alcune di queste strategie e le difficoltà che ne derivano:

quando subordinate e coordinate precedono la frase principale la difficoltà deriva dalla contravvenzione alla regola che assume che la prima proposizione sia la principale;

se consideriamo la strategia per cui la prima di due proposizioni descrive il primo di due eventi, risultano più difficili le frasi del tipo: “Prima di uscire mise il cappotto” rispetto alle frasi del tipo “Mise il cappotto prima di uscire”;

la strategia “ogni sequenza nome-verbo-nome corrisponde alla sequenza attore-azione-oggetto rende più difficile la comprensione delle frasi passive rispetto a quelle attive. Le frasi passive vengono invece correttamente interpretate qualora contengano restrizioni semantiche.

Per la comprensione di un testo è molto importante anche la coerenza testuale (Anderson e Armbruster, 1986): più un testo è coerente più il lettore è in grado di costruire un adeguato modello cognitivo del suo significato.

La coerenza locale dipende in massima parte da quanto sono esplicite all’interno del testo le connessioni tra singole frasi. È quindi proporzionale all’uso di pronomi, che richiamano parti antecedenti del brano, o di particelle avversative, che spiegano i legami tra due frasi.

La coerenza globale, invece, dipende dalla struttura del testo considerata nel suo complesso. Di conseguenza alcuni schemi concettuali generali, all’interno dei quali è possibile inserire contenuti specifici, sono particolarmente facilitanti la comprensione. Ad esempio è utile:

fornire informazioni dettagliate sotto forma di elenco, anche senza un criterio preciso nell’ordine di presentazione;

mettere a confronto e in contrasto due concetti attraverso una descrizione delle loro somiglianze e differenze;

esporre idee ed eventi seguendo una sequenza temporale;

sottolineare i rapporti causa-effetto, chiarendo la relazione tra due o più concetti in cui uno è considerato causa degli altri.