2.3 Le caratteristiche della Comunicazione Mediata dal Computer

Alessandra Verzelloni

Lo sviluppo tecnologico nel campo delle trasmissioni elettroniche ha scaturito una vera e propria rivoluzione nel campo delle comunicazioni. La trasmissione dei dati in formato digitale è riuscita ad abbattere alcuni dei vincoli della comunicazione tradizionale.

Innanzitutto i dati digitali sono molto flessibile, facendo venir meno il problema della scarsa elaborabilità delle informazioni analogiche. Inoltre le informazioni digitali possono essere multimediali, nella rete viaggiano tutti i generi di informazioni, dai testi, ai suoni, alle immagini, tutte codificate con lo stesso codice, per cui si supera anche il limite dell’incompatibilità.

Altra caratteristica della CMC è la sua interattività. Andrew Lippman sostiene che per quanto l’interattività tra un uomo ed una macchina non possa essere paragonabile a quella presente tra due esseri umani, definisce anche cinque caratteristiche che caratterizzano l’interattività di un mezzo:

interrompibile: ognuno degli attori coinvolti deve poter interrompere l’altro quando vuole;

degradazione dolce: cioè non deve avvenire una netta interruzione della comunicazione, deve esserci la possibilità di riprenderla o di cambiarla con altri argomenti;

visione avanti-limitata:gli attori coinvolti devono avere un obiettivo da perseguire e devono essere consapevoli dei passi da muovere per raggiungere tale scopo;

tempo reale:è importante avere un tempo di risposta adeguato per simulare lo scambio tra due esseri umani, risposta che non deve essere ne troppo rapida ne troppo lenta.

banca dati infinita: si deve dare l’impressione che il medium non abbia limiti alla sua possibilità d’interazione.

Tutte queste caratteristiche sono volte a riprodurre il più possibile una comunicazione naturale.

La CMC assume anche un particolare significato sociale, ben distinto da quello della comunicazione scritta non elettronica, perché la Rete viene percepita come un medium a parte rispetto a quelli tradizionali. Mentre in passato il mezzo era visto semplicemente come un conduttore di messaggi, ora viene scelto non solo in base a quanto sia adatto a trasmettere un certo tipo di messaggio, ma anche per il suo significato simbolico.

Altra questione riguardante la CMC è relativa ai suoi fruitori. C’è chi sostiene che negli ambienti della comunicazione elettronica le persone diventino più aperte e più libere di esprimersi ed anche più impulsive e irresponsabili. Questo perché a differenza delle relazioni faccia a faccia, le regole sociali sarebbero deboli e assenti. Di conseguenza le persone si sentirebbero più disinibite e meno timorose di essere giudicate. A sostegno di questa tesi, il fatto che in rete sia molto più facile imbattesi in gruppi di discussione che trattano argomenti di vario genere, come i problemi sessuali. Le persone si sentono in un certo modo protette dal relativo anonimato e dalla percezione della CMC come effimera.

Secondo Sproull e Kiesler la CMC isola le persone dal contesto sociale, inducendole così ad aprirsi. In realtà la situazione sembra meno drastica di come descritta dai due studiosi, molto dipende dal contesto sociale in cui la comunicazione elettronica si sviluppa. Nel momento in cui il contesto rende importante l’identità di un individuo come membro di un gruppo, egli si adatta alle norme socialmente riconosciute, comportandosi di conseguenza.

Al contrario Cook e Lalljee hanno mostrato che nelle conversazioni video-mediate i turni conversazionali in media sono meno numerosi ed hanno una durata media superiore rispetto alle conversazioni faccia a faccia. Questo denota una minor spontaneità nella conversazione. A dimostrazione di questo fatto un altro studio sulle sovrapposizioni nella conversazione, che sono indice di una propensione degli attori coinvolti ad intervenire liberamente. La minor frequenza delle sovrapposizioni nelle conversazioni mediate sono sintomo di una maggiore formalità, minor coinvolgimento e minore spontaneità.

2.3.1 L’ipertesto

L’ipertesto è un genere di testo non organizzato come un documento classico, lineare, da leggere dall’inizio alla fine. Sfruttando le possibilità offerte dai riferimenti incrociati (link), permette di spostarsi rapidamente da una parte all’altra o addirittura di saltare ad un diverso documento.

Il termine fu coniato da Ted Nelson nel 1965, ma la prima vera sperimentazione è stata fatta solo negli anni Ottanta. Uno dei primi ipertesti apparsi su Internet fu Archie, il primo archivio virtuale

Negli anni Novanta il termine ipertesto viene sempre più spesso sostituito con l’espressione «ipermedia» (ipertesto multimediale).

Per prima cosa non esiste una gerarchia oggettiva dei contenuti, se non quella stabilita dall’utente nel momento stesso in cui ne sta fruendo. L’ipertesto infatti è fortemente indirizzato al lettore piuttosto che all’autore.

I collegamenti ipertestuali consentono di estendere il documento all’infinito (i link possono rimandare sia ad una parte interna dello stesso testo piuttosto che ad un altro documento) , abbattendo il limite della carta stampata, che si compone di un numero chiuso di pagine.

Altra caratteristica di un ipertesto è un certo grado di interattività: è possibile simulare un’interazione comunicativa o consentire un certo livello di manipolabilità del testo, attraverso strumenti integrati nel software di lettura.

C’è da dire che l’approccio con un ipertesto, proprio per le peculiarità appena descritte, non è sempre così semplice e naturale.

Il primo problema è il disorientamento causato dalla mancanza di un percorso principale. La possibilità di spostarsi da un nodo all’altro in modo del tutto libero, offre una maggiore libertà, ma allo stesso tempo rischia di confondere.

Per ovviare a questo problema sono presenti alcuni supporti che aiutano il navigatore a ritrovarsi. Un esempio sono le mappe ipertestuali, la cronologia (che memorizza il percorso effettuato nel documento) o i classici link all’homepage, che portano direttamente alla pagina principale di un sito.

Altra nota dolente è la sensazione di incompiutezza: un ipertesto sembra non avere mai una fine. In realtà questa è un’impressione legata allo scopo dell’utente. Se il “lettore” dell’ipertesto ha raggiunto il suo obiettivo, trovando ciò a cui è interessato, in quel caso percepisce un senso di compiutezza. Di conseguenza è più un fattore soggettivo che un fatto concreto.

E’ anche vero che l’utilizzo di un ipertesto crea un sovraccarico cognitivo, per leggere un documento ipermediale è necessario un maggiore impegno rispetto a quello richiesto da un testo comune. Dipende più che altro da una mancanza di esercizio, dovuta all’utilizzo dei media tradizionali che hanno abituato le menti a seguire un percorso di lettura ben delimitato e piuttosto prevedibile.

Altro importante inconveniente è quello dell’inquadramento. Il fatto di non avere limiti nella lettura porta spesso l’utente a perdere di vista l’obiettivo iniziale della lettura, si rischia di perdersi in una serie di divagazioni che fanno dimenticare il motivo principale della navigazione. Sarebbe molto utile poter inquadrare e in un certo senso delimitare provvisoriamente il campo di navigazione, per consentire all’utente di raggiungere l’obiettivo prefissato.

Ultimo problema è l’incompatibilità che hanno le diverse opere ipertestuali tra di loro, a meno che non siano prodotte dallo stesso editore. Questo limite contraddice in parte la filosofia ipertestuale e allo stesso tempo limita la diffusione delle opere ipertestuali. Una maggiore standardizzazione potrebbe consentire collegamenti tra tutte le opere.